fondazione merz
  • ANTEPRIMA

    Push the Limits

    a cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz
    testi di Claudia Gioia, Beatrice Merz, Maura Reilly, Paul Mason e Manuel Borja-Villel
    pagine: 232
    formato: 23 x 27 cm
    data di pubblicazione: dicembre 2020
    immagini: 114
    confezione: cartonato
    lingua: italiano/inglese
    isbn 9788877572844



    €55,00

    Push the Limits è il volume che si lega all’omonima mostra collettiva attualmente in corso alla Fondazione Merz. Il libro, non un semplice catalogo, racconta un progetto artistico tutto “al femminile”. Infatti le curatrici Claudia Gioia e Beatrice Merz hanno invitato a partecipare a Push the Limits 17 artiste di fama internazionale: Rosa Barba, Sophie Calle, Katharina Grosse, Shilpa Gupta, Mona Hatoum, Jenny Holzer, Emily Jacir, Bouchra Khalili, Barbara Kruger, Cinthia Marcelle, Shirin Neshat, Maria Papadimitriou, Pamela Rosenkranz, Chiharu Shiota, Fiona Tan, Carrie Mae Weems e Sue Williamson. Pagina dopo pagina, il lettore può immergersi - attraverso le immagini e i saggi delle curatrici e di Maura Reilly, Paul Mason e Manuel Borja-Villel – nella mostra e nel percorso di ricerca di un linguaggio capace di raccontare il presente. Push the Limits , oltre ad approfondire l’opera esposta e i progetti in corso delle 17 artiste, raccoglie anche loro fotografie, disegni, suggerimenti di film, estratti da libri e altre suggestioni. Una polifonia di segni ed esperienze la cui immaginazione ci parla della capacità di far transitare sulle soglie del pensiero tutte quelle realtà che sono ‘oltre’: un happening editoriale di cultura e vita.  
  • Petrit Halilaj. Shkrepëtima

    con testi di Leonardo Bigazzi, Beatrice Merz, Nina Zimmer, Petrit Halilalj, Sala Ahmetaj
    pagine: 160
    formato: 23 x 27 cm
    data di pubblicazione: maggio 2019
    confezione: cartonato
    lingua: italiano/inglese
    isbn 9788877572769



    €35,00

    La monografia è stata pubblicata in occasione della mostra Shkrepëtima (curata Leonardo Bigazzi alla Fondazione Merz dal 29 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019) di Petrit Halilaj, vincitore della seconda edizione del Mario Merz Prize. “Petrit Halilaj ha saputo trasformare in questi anni la propria biografia e la storia recente della sua nazione, il Kosovo, in materia viva per le sue opere. Nonostante si confronti con una dimensione pubblica e collettiva, il suo lavoro ha spesso origine da un'esperienza personale, ed è solitamente il risultato di un processo intimo e condiviso con le persone a lui più care. Utilizzando scultura, video, performance e disegno, Halilaj ha sviluppato una profonda riflessione sui meccanismi di costruzione dell’identità culturale, sul valore della memoria e sul ruolo dell’arte nella formazione della coscienza collettiva nella società contemporanea. Shkrepëtima è un progetto che comprende anche una mostre personale al Paul Klee Zentrum a Berna e la performance avvenuta sulle rovine della ex Casa della Cultura di Runik, luogo che per oltre trent’anni era stato il simbolo dell’identità culturale dei suoi cittadini. Tutta la comunità è stata coinvolta nel progetto attraverso presentazioni, incontri e un workshop con gli alunni della scuola elementare. Ultima tappa dell’intero progetto è stata la ricontestualizzazione in forma di sculture e installazioni monumentali, delle scenografie, dei costumi e degli oggetti di scena della performance nello spazio espositivo della Fondazione Merz di Torino. Le immagini della performance sono restituite in un video monocanale (Shkrepëtima, 2018) in cui parti delle riprese in 4K dello spettacolo si alternano con quelle eseguite dall’artista in soggettiva con la sua Go-Pro all’interno delle rovine della Casa della Cultura prima dell’intervento di riqualificazione. Questo genere di filmati, volutamente in stile ‘amatoriale’, sono parte integrante del processo di ricerca di Halilaj e costituiscono ad oggi la maggior parte della sua produzione video. Ogni progetto genera decine di ore di girato realizzate dall’artista, spesso con fini di documentazione, che nella maggior parte dei casi non viene poi impiegata nella produzione di un’opera. Si potrebbe dire che il titolo Shkrepëtima riassuma l’essenza stessa della visione dell’artista. L’arte può essere una “scintilla” in grado di riavviare un processo di riflessione sulla nostra identità e rappresenta un’opportunità per immaginare ipotesi alternative dove la politica e le logiche economiche attuali hanno già chiaramente fallito. Il destino della Casa della Cultura di Runik era incerto, ma in seguito alla performance il Ministero della Cultura ha ordinato l’inserimento dell’edificio nella lista dei beni dichiarati di interesse nazionale, garantendone il futuro restauro. Il lavoro di Halilaj in questi anni ha quindi ricercato soluzioni concrete a problemi reali utilizzando non solo le libertà, ma anche le economie del sistema dell’arte Tutti dovrebbero avere il diritto di accedere alla bellezza, non solo chi si può permettere di entrare in un museo o di vivere in una città occidentale. Le modalità, seppur in contesti e su scala diversi, ricordano la pratica di artisti socialmente impegnati come Theaster Gates. Intervenendo direttamente sui processi di costruzione della storia collettiva della sua comunità, riavvicinandola alle proprie origini, Halilaj propone una riflessione universale sul potenziale dell’arte e il suo potere di trasformare la realtà. Ma anche sul ruolo fondamentale che essa può avere nella costruzione della coscienza storica di un popolo e nella gestione delle responsabilità della memoria, in modo che sia inclusiva e quindi contraria alla retorica nazionalista. Partendo dalla storia di un piccolo paese apparentemente lontano da noi, Halilaj ci ricorda che solo attraverso una profonda consapevolezza del nostro passato, possiamo assumerci la giusta responsabilità per costruire il futuro.” (Leonardo Bigazzi)
  • Petrit Halilaj. Shkrepëtima

    con un testo di Leonardo Bigazzi
    pagine: 24
    formato: 23 x 27 cm
    data di pubblicazione: ottobre 2018
    confezione: brossura punto Omega
    lingua: italiano/inglese
    isbn 9788877572745



    €5,00

    In occasione della mostra Shkrepëtima di Petrit Halilaj (dal 29 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019), è stata pubblicata la documentazione fotografica che riproduce l’allestimento alla Fondazione Merz.   Il progetto Shkrepëtima presentato alla Fondazione Merz prosegue l’indagine dell’artista sulle radici storiche di Runik, la cittadina kosovara dove è cresciuto, dalle sue origini Neolitiche fino al suo passato recente. La mostra rappresenta il momento culminante e conclusivo di un articolato progetto, curato da Leonardo Bigazzi, e declinato in tre diverse tappe. Il primo e fondamentale capitolo è la performance tenutasi il 7 luglio 2018 presso le rovine della Casa della Cultura di Runik, luogo che per oltre trent’anni è stato il simbolo dell’identità culturale dei suoi cittadini. A questa è seguita la mostra al Zentrum Paul Klee di Berna, Svizzera (20 luglio - 19 agosto 2018). La mostra presenta una serie inedita di sculture e installazioni monumentali che ricontestualizzano all’interno della Fondazione Merz le scenografie, i costumi e gli oggetti di scena della performance ospitata negli spazi risistemati della Casa della Cultura di Runik. Nell’opera di Halilaj le macerie della Casa della Cultura ritrovano una funzione di testimonianza storica diventando espressione di una volontà precisa di ricordare il passato in un contesto in cui invece è molto forte il desiderio di rimozione. Attraverso il suo linguaggio onirico e visionario l’artista ha raggiunto un sorprendente bilanciamento tra il peso della storia di questi frammenti e la leggerezza fisica data dalla loro sospensione. Halilaj è riuscito a mettere in relazione due edifici e due realtà molto diverse, che però rappresentano certamente un punto di riferimento per le comunità che sono nate e cresciute intorno ad esse. Il suo intervento ci ricorda non solo la centralità dei luoghi della memoria nella costruzione della nostra identità, ma anche che il loro potenziale non è necessariamente limitato ad una città o ad una nazione, e può esprimersi in varie forme generando uno spazio di riflessione condiviso.  
  • Mario Merz. Sitin

    con testi scelti di Mario Merz
    pagine: 24
    formato: 23 x 27 cm
    data di pubblicazione: luglio 2018
    confezione: brossura punto Omega
    lingua: italiano/inglese
    isbn 9788877572721

     

     



    €5,00

    Il catalogo è pubblicato in occasione della mostra Mario Merz. Sitin allestita alla Fondazione Merz dal 7 giugno al 16 settembre 2018. Nel cinquantenario dei movimenti di contestazione del ’68, la mostra fornisce – attraverso una decina di opere realizzate da Merz tra il 1966 e il 1973uno spunto di riflessione intorno ad un periodo ricco di fermenti creativi, che ha innescato nuovi processi di trasformazione e rinnovato la visione del futuro, che l’artista ha vissuto da protagonista insieme a molti suoi compagni di strada, con l’intento di ridefinire i canoni culturali e ideologici. Questo cambiamento ha coinvolto tutte le arti, dalla letteratura alla musica, al teatro, al cinema e naturalmente l’arte visiva, che ha visto coesistere movimenti così significativi come il minimalismo, l’arte povera, la land art e il concettuale, mettendo a confronto e di pari passo l’arte emergente statunitense con quella europea. Ha generato un clima ricco di straordinaria sensibilità, un nuovo modello esistenziale basato sull’impegno costante nella concezione, nella presentazione e nella diffusione dell’arte del proprio tempo: infrangere lo spazio, infrangere l’oggetto, un controllo costante e diretto in ogni momento, un passaggio dell’arte nella vita, un’arte passionale, sfaccettata e fiancheggiatrice. La mostra diventa un racconto, quindi, tra lo storico, il politico e il poetico, una narrazione che parte dalle parole stesse di Mario Merz, passando attraverso alcune tra le più importanti opere di quegli anni divenute icone del suo percorso artistico. La mostra Mario Merz. Sitin si inserisce nella programmazione della Fondazione che prevede momenti espositivi dedicati all’opera di Mario e Marisa Merz e succede a quella inaugurale alla Fondazione nel 2005 e a quelle tematiche: nel 2007 sulla pratica del disegno, nel 2010 sulla produzione pittorica, nel 2011 sul legame al progetto architettonico e l’ultima, La natura è l’equilibrio, incentrata sul rapporto tra natura e cultura, nel 2016. La pubblicazione che accompagna la mostra documenta l’allestimento e la veduta degli spazi della Fondazione unitamente ai testi scritti dall’artista e scelti appositamente.
  • Fatma Bucak. So as to find the strength to see

    testi di Lisa Parola, Maria Centonze, Fatma Bucak, Kaya Genç, Gianmaria Ajani
    pagine: 168
    formato: 14,5 x 21 cm
    data di pubblicazione: aprile 2018
    confezione: cartonato
    lingua: italiano/inglese
    isbn 9788877572707



    €25,00

    Il catalogo è pubblicato in occasione della mostra So as to find the strength to see allestita da Fatma Bucak alla Fondazione Merz dal 6 marzo al 27 maggio 2018. “Avvicinarsi alla ricerca di Fatma Bucak è come posare lo sguardo su una mappa decostruita. Qui si ritrovano tracciati percorsi e poi cancellati, paesaggi disegnati e poi abbandonati, una geografia che di continuo si ridisegna intrecciando fatti e biografie ma anche rimossi e non identità. Nel lavoro recente dell’artista, questi paesaggi si ampliano passando dalla Turchia alla Siria e al Nord Africa per poi arrivare in Europa e negli Stati Uniti con l’intento d’indagare una cornice politica particolarmente difficile da definire. La ricerca dell’artista si può intendere come una prassi visiva in divenire che rimanda direttamente all’etimologia del verbo greco prássein, il cui significato non è limitato all’agire o operare ma riprende anche l’idea del viaggiare, camminare, attraversare.” (Lisa Parola, Maria Centonze) “Il posto [Fondazione Merz] ha enormi pareti bianche e la luce si propaga da destra a sinistra; c’è odore di cemento. Era freddo, imperfetto e affascinante. Le voci rimbombano e si mescolano creando confusione. Mentre camminavo al suo interno pensavo a come la predominanza della natura industriale di questo spazio si scontrasse con differenti tipi di arte e come ogni epoca desse una nuova identità allo spazio. È una scenografia difficile, ostinata e incantevole – questa è stata la mia prima impressione nel percorrere questi spazi. Nella periferia industriale di Torino, ha un suo carattere industriale, un suo rapporto con la città tramite l’industrializzazione e i movimenti operai che l’hanno plasmata; il fatto stesso che questo spazio fosse una centrale termica di un’azienda automobilistica. Ancora più importante, il suo rapporto con Mario Merz e l’arte povera mi ha fatto pensare a un luogo concettuale e fisico che è al tempo stesso collettivo e individuale, che reca le tracce del suo stesso imperfetto sé e della memoria storica, della guerra e del fascismo – quei rapporti che hanno stretti legami con la politica e che mediano tra il territorio e la cultura. È stato inevitabile il desiderio di guardare questo posto disabitato per indagare la fragilità e la tensione della storia. Per resistere alle narrazioni convenzionali riguardo a un ‘indefinito’ luogo resiliente e divenuto questa volta un rifugio per la mia arte.” (Fatma Bucak) “Con la consueta prontezza di spirito, Bucak ha intitolato questa mostra So as to find the strength to see. Cinque anni dopo il crollo della primavera turca, si domanda se possiamo sentire il profumo di rose di un paese assediato da forze con agende contraddittorie e un amore condiviso per la violenza. Terre che oggi puzzano di polvere da sparo possono tornare a profumare di rose. È questa la visione che ci viene chiesto di avere la forza di vedere.” (Kaya Genç) Il catalogo riproduce la documentazione fotografica della mostra e una rassegna selezionata dei lavori di Fatma Bucak negli ultimi 10 anni La conversazione delle curatrici con l’artista approfondisce le tematiche care a Bucak in un percorso che porta fino alla mostra allestita alla Fondazione Merz. Il testo dello scrittore turco Kaya Genç getta uno sguardo profondo sul background storico-culturale nel quale si è formata l’arte di Fatma Bucak e ne coglie le suggestioni più recondite. Chiude il catalogo il breve saggio Persone, diritti, Stati del giurista Gianmaria Ajani.  
  • Carlos Garaicoa. El Palacio de las Tres Historias

    testi di Leonardo Padura e Claudia Gioia
    pagine: 252
    formato: 14,5 x 21 cm
    data di pubblicazione: gennaio 2018
    confezione: cartonato
    lingua: italiano/inglese
    isbn 9788877572691



    €35,00

    Il catalogo è pubblicato in occasione della mostra El Palacio de las Tres Historias allestita da Carlos Garaicoa alla Fondazione Merz dal 30 ottobre 2017 al 4 febbraio 2018. “El Pensamiento quale logos e affezione, parola e intenzione, memoria e distanza, storia e attenzione, metafora e ironia; è il filo d'Arianna che Carlos Garaicoa da anni srotola con la sua arte. Spazio critico e incantamento ne sono i presupposti mentre le moltitudini e le metropoli l'avventura a cui abbeverarsi. Il racconto con il quale il pensiero si esercita è quello della città che come spazio di passaggio, trama sociale e punto di incontro rappresenta, dal suo sorgere, la sfida più complicata e metaforica del vivere umano. Architetture, sovrapposizioni costruttive, incompiuti e immagini che vestono il quotidiano con abiti che il tempo scopre a volte inadeguati, retorici ma anche visionari oltre la loro storia e funzione. Un tessuto i cui orditi rinviano a scelte improcrastinabili ma anche a suggestioni dimenticate nel tempo o divenute ingombranti per loro stesso autodafé. […] El Palacio de las Tres Historias si concentra su questa forma di seduzione e consenso emanate dalle architetture. Torino è una città emblematica per concatenazioni ed eventi storici. Legata a doppio giro all'industria ha conosciuto la parabola del ‘900 dallo sviluppo e accelerazione alla remissione e dismissione fino alla trasformazione attuale. Nel cambiamento si è modificato l'assetto sociale e l'attitudine ma la storia non è passata indenne ed anzi ha lasciato segni riconoscibili che identificano ricordi e forzature che lasciano ancora aperte molte porte. L'architettura della città è come un indice di catalogazione e allo stesso tempo sommario dei temi da sviluppare. Garaicoa, come già a L'Avana, inizia a percorrere Torino, insegue suggestioni raccogliendo informazioni e annota incontri, fotografa fabbriche dismesse ed edifici del periodo razionalista, si trova per caso nei quartieri operai, osserva i simboli, entra in spazi destinati al riuso, ascolta storie. Quello che già gli è noto funziona da coordinata ma la vera bussola è quello che ancora non conosce. L'idea del Palazzo prende corpo da questa raccolta di stupori, di viaggi interrotti, ambizioni rientrate, scommesse prima vinte e poi rimborsate. Il bisogno di mettere insieme il lontano e il presente spinge a creare un nuovo display dove trovare raccolte tutte le informazioni, tornare a guardare quello che sembra fin troppo conosciuto e scorgere tutti i se, i ma, gli allora della storia che permangono nel presente. Occorre dunque un Palazzo dove sia possibile accedere a tutti, dove le informazioni siano a disposizione senza necessità di obiettivi precisi, dove si possa sostare, leggere, osservare, ascoltare, commentare, entrare e uscire ma soprattutto camminare per riprovare la medesima avventura di Carlos Garaicoa. Un palazzo non retorico per parlare della retorica costruttiva su cui si è fondata la modernità. Il Palazzo dunque ha iniziato a sussultare. Un valzer sospeso di scale, vetri, acciaio per mordere la pesantezza, vaporizzare la materia e aprire all'immensa riserva delle domande e dei desideri. Si è fatto piazza, luogo aperto, agorà, teatro, in poche parole città.” (Claudia Gioia) Il catalogo riproduce la documentazione fotografica della mostra e una rassegna selezionata dei lavori di Carlos Garaicoa dagli anni ‘90 a oggi. Il saggio critico della curatrice Claudia Gioia approfondisce le tematiche care all’artista in un percorso che porta fino alla mostra allestita alla Fondazione Merz. Il volume si arricchisce di un racconto inedito dello scrittore cubano Leonardo Padura.